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In conversazione con l’autore: Filippo Melis e la sua poesia

Ho incontrato Filippo Melis casualmente, in occasione di una competizione amichevole di poesia in cui io ero fra il pubblico, e ho deciso di leggere le sue due raccolte di poesie pubblicate. La prima, Mare e amare (2011-2014), è composta da poesie di amore e disamore con il mare che fa da sfondo e la cui prospettiva emergerà particolarmente bene nel testo che segue. Di questa ho scelto di custodire l’edizione impreziosita con la sezione dedicata dalle traduzioni di alcuni grandi poeti fatte dallo stesso autore, fra cui Fernando Pessoa, Salvador Espriu e Eugénio de Andrade.
La seconda raccolta, AQVA (Non ci sarà la morte), si distingue per un impianto diverso, è dedicata alla strage del Vajont del 9 ottobre 1963 e mi piacerebbe presentarla in seguito.
Credo che siamo riusciti ad improvvisare un piccolo circolo letterario da cui sono nate delle interessanti conversazioni fra poeta e lettore. Ho trovato la poesia di Filippo permeata di Eros e Thànatos, incentrata sulla parola e sulle sue varie sfaccettature; una poesia ricca di echi e riferimenti che, a seconda della conoscenze e della sensibilità dei lettori, possono essere colti in modo variabile.

Trascrivo una parte della conversazione e la condivido qui in modo da presentare Filippo a Circolo16. Le domande non sono state volutamente preparate.

MarianTranslature: Cominciamo dalle presentazioni…

Filippo: Mi chiamo Filippo Melis, vengo dalla Sardegna, ho quarant’anni, sono laureato in lingue e letterature straniere. Ho sempre svolto la professione dell’insegnante e abito da dieci anni in Catalogna. Mi sono sempre dedicato all’insegnamento e alla ricerca universitaria, concretamente alla filologia e alla linguistica. Amo lo sport, la natura, gli animali, la poesia e la musica.

M.: Cos’è per te la poesia?

F.: Dare una definizione di poesia è un po’ complicato. Generalmente, si pensa che la poesia debba avere certi criteri, ma dire che “se non c’è rima non c’è poesia” è, a mio avviso, una cosa errata. Anticamente non si usava la rima, bensì altri artifici (allitterazioni, figure di suono…), alla luce di questo, non mi risulta che non si possa considerare poesia un’opera di Saffo, di Archiloco o di Orazio. Rifacendomi proprio ai lirici Greci, mi viene in mente Archiloco che in un suo frammento, dà per me la definizione più bella di poesia: “Io sono il servo del Signore Enualio (Marte, il Dio della guerra) e conosco il piacevole dono delle muse”. La poesia è definita come il piacevole dono delle muse. Non è fantastico? La poesia è anche un moto dell’anima, un divertissement letterario… non penso sia il caso di dare una definizione troppo stretta e rigida. In fin dei conti è un modo di esprimersi; quando l’uomo ha cominciato a comporre poemi non lo ha fatto solo per necessità bensì, come diceva il Professor Keating nel bellissimo film L’attimo Fuggente, l’uomo ha cominciato a scrivere poesie per “rimorchiare”, per far innamorare. Mi piace pensare che la poesia sia anche questo; l’amore è il motore primo del mondo, la gente ha cominciato a dilettarsi scrivendo anche poesia. Tuttavia, la poesia non può parlare solo di amore, essa parla anche di morte, come vedremo…

M.: Quando hai cominciato a scrivere?

F.: I primi tentativi risalgono alle scuole elementari quando in occasione delle feste dedicavamo dei piccoli componimenti poetici ai genitori o ai nonni. Però si dovevano trovare per forza delle rime, altrimenti non era poesia. Quando ero al liceo, ho cominciato a scrivere un po’ più assiduamente e mi piacevano Dante e gli autori del dolce stilnovo. Mi viene in mente la Vita Nova di Dante, una commistione di versi sublimi e prosa. Qualche anno fa ho cominciato a scrivere poesia in maniera più consapevole, con la volontà di fare poesia, ed è così che è nata la prima raccolta.

M.: La prima raccolta, Mare e amare (2011-2014), riporta l’arco temporale 2011-2014. L’anno di inizio coincide con quello della scrittura di queste poesie oppure qualcuna può essere datata anteriormente?

F.: Le coordinate temporali sono state rispettate. A partire dal 2011 ho vissuto alcune esperienze che ho tradotto in poesia. Dopodiché nel 2013, quando ho deciso di pubblicare un libro, ho raggruppato i poemi con due elementi comuni: la presenza del mare e dell’amore. Il titolo Mare e amare, con una paronomastica allitterazione, ne è la conseguenza. Secondo il primo progetto, sarebbe dovuto essere di 20 poemi sulla falsa riga di Veinte poemas de amor y una canción desesperada di Pablo Neruda, uno dei miei autori preferiti. In seguito, dopo averne composto degli altri, ho dovuto fare una scelta antologica e sono arrivato alla pubblicazione di trentasette poesie più una breve riflessione in prosa. Trentasette è un numero inusuale ma, poiché mancava un mese al compimento del mio trentottesimo anno…

M.: Ho davanti a me i tuoi due libri pubblicati, Mare e amare (2011-2014) eAQVA (Non ci sarà la morte). C’è un elemento in comune: l’acqua. C’è una parte in cui spieghi cos’è l’acqua per te…

F.: Sono nato su un’isola, il mare è l’elemento che ci circonda ed abbraccia e che al contempo può essere positivo e negativo. Attraverso l’acqua puoi arrivare da altre parti, ma è anche quel muro che ti divide dagli altri poiché manca una continuità territoriale geografica. L’acqua è presente nella mia vita fin dalla mia nascita a Quartu Sant’Elena, città limitrofa a Cagliari. Entrambe condividono i circa otto chilometri della spiaggia del Poetto. Quando mia madre si è alzata dal letto, dopo avermi dato alla luce, mi ha preso in braccio, si è affacciata alla finestra e ha visto il mare. Tra le prime fotografie scattatemi, oltre quelle del bagnetto, ci sono quelle fatte in spiaggia quando avevo pochi mesi. C’è da dire che non sono mai stato un nuotatore particolarmente abile, né mi entusiasmava l’idea di andare al mare. Quando tutti andavano in spiaggia io me ne stavo beatamente a casa da dove lo osservavo ed ammiravo. “Non c’è cosa più bella di osservare da lontano, da terra, il mare in tempesta”, diceva Orazio… Ho snobbato il mare per tanto tempo e solo da poco ho ricucito il rapporto, ma non col mare estivo, bensì con quello d’inverno quando la spiaggia è deserta e il maestrale fa la voce grossa. Allora adoro passeggiare sulla riva, ascoltarlo o sfogarmi con lui. Il mare è l’interlocutore per antonomasia: è empatico, capisce la tua sofferenza e ti parla con voce d’onda. Spetta a te capirlo.

M.: Nell’introduzione di AQVA (Non ci sarà la morte) mi sembra quasi tu voglia mettere in evidenza un dettaglio che non dovrebbe essere particolarmente rilevante per la lettura delle tue poesie: sei astemio. C’è qualche motivo particolare dietro quest’enfasi?

F.: Il fatto di essere astemio era quasi una excusatio non petita, una giustificazione per parlare di acqua. Quando penso ad essa mi viene in mente per prima cosa la bevanda che consumo di più, possibilmente in un bicchiere capiente. In seconda battuta penso al mare e ai ricordi d’infanzia legati a quando andavamo a Goni, il paese di mia madre, in provincia di Cagliari. Quando mancavano circa due chilometri, mi sporgevo sempre dal finestrino della macchina per cercare le placide acque del lago Mulargia. Poi, c’erano i racconti di nonna, che aveva visto e vissuto i momenti della costruzione della diga. Era come se la mia acqua fosse di mare, essendo appunto nato in una città di mare, ma anche acqua dolce perché una parte della famiglia veniva da quel paese dove c’era un invaso artificiale. L’acqua dolce l’ho sempre preferita, sia perché la bevo, sia perché mi sembrava di dominare quel lago visto dall’alto, di avere tutto sotto controllo: esso evocava un’idea di pace e tranquillità, quelle acque le vedevi scintillare da lontano. Sulla via del ritorno verso casa, sebbene nel buio della notte quelle acque non si vedessero più, io mi giravo a salutarle: sapevo che erano lì, tranquille in superficie nonostante le correnti. Per l’acqua di mare ho avuto sempre un profondo rispetto e sono tanti anni che non faccio il bagno.

M.: Quanto la tua scrittura è stata influenzata dall’esperienza della migrazione?

F.: Nel primo libro è stata fondamentale, perché parlo del mar Mediterraneo (mare nostrum) che non è visto solo dall’isola verso l’esterno ma anche in senso opposto. Mi spiego meglio: la prima poesia è una visione del mare nostrumdalla penisola iberica verso la Sardegna ed è stata composta sul treno che mi portava a Valencia. Il paesaggio mi ricordava la Grecia, l’Italia e la Francia, e i versi sono un omaggio a una mediterraneità onnicomprensiva. Il Mediterraneo è un mare antico, un mare di tutti che bacia questa terra quando “aprile splende e regna”, e nel mio cuore c’era chiaramente l’immagine della mia isola e di posti a me cari. I “cubi bianchi” di cui parlo sono le case col tetto piatto tipiche dei paesi mediterranei. Il Mediterraneo ha sancito l’inizio del mio viaggio (dalla Sardegna alla Catalogna), però il mio libro comincia con il viaggio opposto, un po’ come se si trattasse del viaggio di ritorno di Ulisse, il quale osserva dal mondo verso Itaca.
Se vogliamo il libro è un’odissea in salsa sarda, in cui l’io poetico è l’ipostasi di Ulisse. E non manca di certo Penelope… C’è anche la città del sole, Cagliari, ed il mare che fa da sfondo. Poi c’è l’amore, non solo per una persona concreta ma anche per la mia terra. Come Ulisse, anch’io cerco di tornare nella mia isola, Ichnusa, dove ritroverò Penelope, la mia famiglia, i miei amici, il mio spazio e la mia essenza.

M.: Come nasce la tua poesia? Qual è l’ispirazione principale? Cosa c’è dietro la scrittura, si tratta di una riflessione oppure scrivi di getto?

F.: Parto dalla fine… Quella del poeta è un’occupazione particolare: mi è capitato di comporre versi a tutte le ore del giorno e della notte, non esiste né sabato né domenica. Nel mio caso, è come se ci fosse una forza dentro di me che mi detta quello che devo scrivere. Devo scrivere in qualsiasi posto e su qualsiasi elemento (un biglietto del pullman o dell’aereo, un comune pezzo di carta); devo scrivere in quel momento perché se non lo faccio lo perdo per sempre. Ho scritto poesie su qualsiasi supporto e ho avuto sempre l’abitudine di annotare luogo, ora e giorno, come promemoria. Quando la musa ti bacia non puoi far finta di niente. Per quanto riguarda l’ispirazione, scrivo a partire da fatti concreti, cosa che è avvenuta nel secondo libro, che tratta di un fatto storico. Nel primo, i fatti trattati sono personali e ripercorrono la mia biografia dal 2011 al 2014. È un po’ come se avessi compilato un diario di bordo in cui parlavo dei porti principali che ho toccato. C’è la mia città osservata dall’alto mentre tornavo per le vacanze estive (Cagliari è immersa nell’azzurro del cielo e del mare), oppure un’immagine della Sardegna che mi viene in mente mentre sono in Catalogna e sono preso dalla nostalgia. Stessa cosa vale per le persone, ci sono emozioni legate all’incontro con l’altro. Alla fine, la ragione di una poesia parte da un fatto concreto, almeno nel mio caso, poi ci sono delle riflessioni dietro ogni componimento. Non mi è mai capitato di sedermi a tavolino e decidere di concepire una poesia con determinate caratteristiche. Non sono io che scelgo lei, è lei che sceglie me. Nel momento in cui percepisco quella forza che mi detta il poema, io sono solo uno scrivano. È capitato di rileggerlo e di apportarvi delle modifiche, ma generalmente scrivo in bella grafia, come se si trattasse davvero di un dettato. Naturalmente non è sempre così, a volte c’è la ricerca di un preziosismo, si cambia un aggettivo, oppure felicemente vengono in mente delle figure retoriche come l’alliterazione, o le rime interne e altri artifici.

M.: Quale sarà la tua prossima destinazione? Puoi parlarci di qualche progetto futuro?

F.: La prossima destinazione è la Sardegna per le vacanze estive. Poi ci sarà la promozione del libro in Veneto e Friuli, se riusciamo ad organizzarla. In pentola bolle un altro libro che è già stato ultimato, nell’attesa che qualcuno scriva una presentazione. Il libro parlerà ancora della strage del Vajont, un libro di poesie del post Vajont e di tutta l’area coinvolta: da Longarone, in provincia di Belluno, in Veneto, che è stato il paese raso al suolo a Vajont, in provincia di Pordenone, in Friuli, passando per la vergognosa diaspora degli abitanti di Erto e Casso e delle frazioni di montagna obbligati con la forza ad andare via di casa e a cui non è stato permesso di cercare e seppellire nemmeno i propri morti. E poi degli sciacalli ed avvoltoi apparsi il giorno dopo, che hanno defraudato i sopravvissuti, cercando di strappare per quattro soldi le loro licenze perché lo Stato erogava dei sostanziosi finanziamenti per la ricostruzione. In realtà, il grande miracolo del nord-est coinvolge persone che hanno avuto finanziamenti cospicui (si parla degli anni sessanta), alcune industrie sono nate così, non solo ed esclusivamente per spirito e capacità imprenditoriali fuori dal comune. Nel Vajont è stata inaugurata una strage di stato e un sistema mafioso che ancora continua…
Nella mia pentola ci sono anche altri progetti, fra cui un libro sulla morte descritta da un punto di vista cristiano (il ricongiungimento con Dio) e pagano (le tenebre che ti avvolgono da cui non ti sveglierai mai più). Gli altri progetti sono ancora in fase di definizione…

Ringraziamenti…

F.: Voglio ringraziare Giacomo per il supporto tecnico, e te, Marianna per l’intervista e per la possibilità di far conoscere le mie opere anche ad altre persone.

M.: Grazie a te per il tuo prezioso tempo, per aver risposto alle domande, per le approfondite risposte, per le chiacchiere e le risate. Buona fortuna!

Reading (GB), 4 luglio 2016
 
Note finali e link utili:
Il Sito ufficiale di Filippo.
Ho trascritto l’intervista vocale ma Filippo mi ha aiutato a stilare ed affinare questo articolo. Un ringraziamento va anche a Giacomo, che su WordPress preferisce parlare di musica tramite TheBlastOffBlog, per il supporto tecnico e per aver vivacizzato la conversazione della serata con le sue domande.
 
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