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Sulla rilettura di “AQVA (Non ci sarà la morte)” di Filippo Melis
Aqua mater alma,
matrigno abbraccio.
Alito mortale e
miseria annunciata.
Montanare Cassandra
inascoltata.
Filippo Melis

Parto dalla domanda che Chiara (CiEmme) ha lasciato sotto la conversazione con Filippo Melis pubblicata qualche tempo fa per Circolo16:

…perché il Vajont? Che cosa ti ha attirato verso quella strage piuttosto che altre? Lo chiedo perché il Vajont attira sempre tanto anche me. Ma nel mio caso credo sia perché sono nata in un paese con la diga e perché passando sotto la diga del Vajont da bambina rimasi impressionata…

A questo proposito, mi permetto di creare un collegamento ed estrapolare la risposta direttamente dalle pagine della seconda raccolta di poesie di Filippo Melis pubblicata nel 2015, AQVA (Non ci sarà la morte):

Nell’aprile del 2009 ho visto in televisione a Girona, città della Catalogna in cui risiedo, la versione in spagnolo del bel film di Renzo Martinelli “Vajont: la diga del disonore” che mi ha turbato e colpito profondamente. La storia che conoscevo parlava di una disgrazia, di una montagna, di una diga, di un lago, di duemila morti. Ho scoperto che era così solo in parte e che i veri responsabili della strage erano stati gli uomini. In realtà, la protagonista assoluta era stata la loro cupidigia, a cui potremmo aggiungere l’hybris, quella tracotanza contro cui si scagliava il drammaturgo greco Sofocle nella sua Antigone.

Dunque, sebbene l’incontro con il Vajont sia avvenuto in modo un po’ casuale, credo che assieme alle emozioni siano entrati in gioco anche altri elementi: la personale percezione dell’acqua di Filippo ed il legame con essa, la sua identità di isolano, la fantasia di bambino ed i racconti della nonna riguardanti la diga di Goni in Sardegna, ma anche la sua peculiare sensibilità nei confronti della vita (nonché della morte). Filippo è stato in grado di stabilire un’empatia talmente forte da ammalarsi gravemente di vajontite cronica, come lui stesso è solito dire.

Le poesie di Filippo cercano in una certa misura di stabilire una connessione con coloro le cui vite sono state spezzate in un batter d’occhio, precipitando in un baratro nell’eco di un boato, senza potersi render conto di quello che stava accadendo e del destino terribilmente beffardo che era stato loro serbato. Nonostante ciò, ho l’impressione che coloro ai quali Filippo si rivolga con maggiore veemenza siano proprio i sopravvissuti (sopravvissuti e sopravviventi), costretti a vivere il resto della propria esistenza sotto la nube nera di una morte innaturale, incapaci di svegliarsi da un incubo vivo e reale. L’evento vero e proprio della morte e l’elaborazione del lutto colpisce chi rimane in vita; facciamo esperienza della sofferenze per la morte degli altri, non per la nostra. In effetti, sono meno le poesie che si rivolgono direttamente alla morte del Vajont rispetto a quelle che parlano di una conseguente morte in vita.

Come ti sentiresti se tornassi a casa e, oltre ad accorgerti che questa non esiste più, non trovassi più i familiari, gli amici, i proprietari del negozio di fiducia e i luoghi di abituale frequentazione? Come ti sentiresti se tutto questo fosse stato distrutto dal perfido progetto di qualcuno? Come sarebbe perdere tutto in una notte? Sono queste alcune delle domande che emergono in superficie dalla lettura di AQVA.
Mentre parliamo, Filippo mi corregge quando utilizzo erroneamente il temine “disgrazia”:

[…] Quando si parla di Vajont mi piacerebbe si usasse solo la parola strage, perché in questa parola c’è la volontà dell’uomo di distruggere, mentre nella disgrazia ci sono la fatalità e le cause naturali. Parliamo pure di eccidio premeditato.
[…] È evidente l’intenzione di voler spostare il focus dalle persone alla semplice ribellione della natura. La natura si è ribellata, certo, esclusivamente perché l’uomo l’ha stuzzicata. La natura è giusta. L’uomo costruisce una diga nel posto sbagliato, lì dove c’è una montagna franosa, oppure se si costruiscono città sul corso di un fiume millenario che non vi scorre da dieci anni… naturalmente quel fiume tornerà a scorrere!

È raggelante l’immagine di copertina del libro, ovvero una foto di Langarone fatta da Bepi Zanfron, raffigurante un pezzo di landa desolata, cosparsa di detriti e polvere, e poi quello che non si vede ma si riesce a percepire: una rabbia e un dolore inspiegabili.
Da lettrice percepisco che in AQVA non ci sia solo ed esclusivamente il Vajont, benché questo sia la forza motrice e la fonte principale di ispirazione dietro il componimento delle poesie. Si tratta di un libro intriso di umanità, in cui si parla di vittime della negligenza, degli interessi economici e dei piani abusivi per lo sviluppo incontrollato e avido, ma la questione si potrebbe estendere ben oltre lasciando spazio a grandi dibattiti.
Ho apprezzato la funzione spiccatamente sociale e la volontà di gettare luce su un terribile fatto di cronaca per il quale non è mai stata resa la dovuta giustizia. Filippo ha saputo impugnare la poesia come strumento per dar voce al taciuto, tirandola fuori da quella sfera puramente personale e soggettiva in cui siamo spesso abituati a relegarla. Sotto questo aspetto AQVA si distingue nettamente dalla sua prima raccolta di poesie, Mare e amare, ma vi si ritrova l’impronta di stile di Filippo, il potere conferito alla parola, alla sua forma e al suono, gli echi classici e la ricerca della raffinatezza.

“Il Vajont è stata una negligenza!”, continuano a gridare con dolore e sdegno le voci dei vivi. Fra queste c’è anche quella di Carolina Arzenton Teza, moglie di uno dei pochi sopravvissuti, che in una lettera al Presidente della Repubblica scrive:

Il 9 ottobre 1963 si è consumata la più grande strage della storia della Repubblica Italiana, strage che ha avuto nello Stato Italiano, nell’Enel e nella Montedison i colpevoli riconosciuti, nei tre gradi di giudizio, di questo olocausto.

La sua testimonianza e quella di altri sono state accuratamente incluse nel libricino da Filippo. In posizione finale si trova anche la sezione dedicata alle Traduzioni di alcune poesie dalla letteratura straniera, in cui si parla volutamente di un’acqua buona, materna e protettrice, in contrasto con l’acqua distruttrice del Vajont, quasi in simbolo di riscatto e come per indicare una naturale riappacificazione con essa. Ed ecco che, fra le altre, risuonano le dolci parole del poeta Miguel Hernández:

Vicino all’acqua ti voglio sentir
affinché la schiuma ti insegni a gioir.
Vicino all’acqua ti voglio, donna,
veder, abbracciar, fecondar, conoscer.

Chiara Concludo questo articolo lasciando spazio a Filippo..
 
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