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Presentazione del Prof. G. Runchina (29/11/2014)
 
Io sono un po’ restio a presentare le opere di qualcuno, soprattutto se si tratta di miei allievi, perché si rischia di incorrere in quello che io chiamo il complesso di Pigmalione. Ma nel caso di Filippo Melis mi sento di dover fare un’eccezione. A Filippo mi lega un rapporto che è stato all’inizio solo accademico, ma che poi si è consolidato con la sua frequenza dei miei corsi universitari di Lingua e Letteratura latina e di Storia del teatro greco e latino, per culminare poi nella stesura di una tesi di laurea, di cui io fui correlatore, per la quale scherzosamente dissi che occorresse un ircocervo, trattandosi di una traduzione in lingua russa dell’opera del poeta latino Orazio, essendo io ben consapevole dei limiti del mio orticello. Già il titolo di questo libellus (con la dedica autografa di stampo catulliano Cui dono lepidum novum libellum arida modo pumice expolitum? Iohanne, tibi…) appare intrigante, con quella geniale paronomastica allitterazione interna, delle due parole, mare e amare, che costituiscono i due fulcri su cui s’incentra il libro.
Il mare di Filippo è quello che egli chiama il mare nostrum, che ha il suo epicentro a Torre delle Stelle, da cui il suo sguardo s’appunta sul golfo degli Angeli e su Cagliari, da lui chiamata, penso su suggestione di un bel libro di Francesco Alziator, “città del sole” (p. 12). “Città del sole” è anche il titolo del Componimento VII, con un’aggettivazione nella quale spicca un cultismo aristocratico, pulchra, con un riferimento a Cagliari “adagiata su sette colli”, quasi caput mundi come Roma (p. 32). Il tema del mare ritorna con insistenza, con un’aggettivazione e un colorismo sfavillante ed icastico: “labirinto salato/baciato dal chiarore/della dea della notte conclude il Componimento XV, intitolato appunto “Labirinto salato” (p. 48). Il mare di Filippo si colora anche di suggestioni omeriche, in particolare dell’Odissea, come avviene nel Componimento XX, dal beethoveniano titolo “Inno alla gioia” (pp. 58-60), con una specie di ipostasi Filippo/Ulisse: “Ho fatto la guerra/a tanti nemici […]/Ho visto città lontane […]/ho toccato lidi mediterranei”, con lo struggente ulisside refrain “Vent’anni dalla prima volta./Vent’anni”, con l’approdo all’isola Itaca/Sardegna, “L’isola delle misteriose/torri di pietra”. Non manca perciò la corrispondente figura femminile, associata all’eroe omerico e al mare, come esplicitamente dichiarano il titolo del Componimento XVII, “Penelope (Itaca)”, il suo incipit: “Penelope./Guarda il mare/con occhi rossi di tramonto” e la chiusura: “Tornerà?/Tornerà” (p. 52). Mi perdonerà Filippo se affermo che la corrispondente traduzione spagnola dell’incipit è fonicamente più efficace dell’originale italiano: “Penélope./Mira el mar/con ojos rojos de ocaso” (p. 53). Altrettanto si può dire del Componimento XXV, nel quale il titolo “Noi” del testo italiano mi pare che perda efficacia se confrontato con il titolo spagnolo “Nosotros” (pp. 72-73). Ad onor del vero, bisogna anche dire che a Filippo non mancano quelle che noi classicisti, sulle orme di Friedrich Leo, chiamiamo “figure di suono”: un esempio efficace, con l’insistente sigmatismo, è costituito dal Componimento XXIV, a cui si allinea anche il titolo “Senso”: Sole./Sella./Sabbia./Specchio […] Solo […]/Sale./Sicurezza./Sudore…” (p. 70). Comunque, la visione del mare, con la sua componente malinconica, e con il richiamo omerico, sempre dall’Odissea, del canto delle Sirene, e con il conseguente struggimento, è ribadita e, direi, riepilogata da Filippo, nella “Riflessione” finale della prima parte, quella delle “Poesie”, con il sottotitolo “Dinanzi al mare” (p. 98).
Ma restando ancora nell’ambito degli echi classici, mi sembra interessante una commistione omerico-virgiliana presente nel Componimento IV, nel quale, al titolo virgiliano “Amor omnia vincit”, ripreso nel verso finale, si affianca, con l’apostrofe “Cuore, cuore mio” (p. 26), un richiamo ad Ulisse, che, nell’Odissea (XX, 18), rivolge questa esortazione al suo cuore: “Sopporta, o mio cuore…”. A proposito di suggestioni virgiliane, nel Componimento XXI, “Incontro”, la chiusa “Biondo virgulto/della stirpe/di Giove” (p. 64) mi sembra richiamare il magnum Iovis incrementum di Virgilio (Buc. IV, 49).
Il secondo fulcro temático è costituito dalla seconda parola del titolo dell’opera: amare. Anche qui il richiamo, per un classicista, è ovviamente Saffo, della quale Filippo propone come archetipo l’incipit del frammento 27 a D., col testo greco e la traduzione italiana e spagnola (p. 7). Si direbbe che la tematica amorosa sia stata trattata da Filippo con molto pudore. Non mancano però alcune poesie incentrate sull’amore, come, con l’esplicito titolo “Amore”, il Componimento III (p. 24), oppure, in maniera più sfumata, il Componimento XXXIV, con il titolo “Re” (p. 50), o ancora, con preziosismo ricercato, il Componimento XXXII, con il titolo “Pronome” (p. 86).
Ma un’altra componente tematica è costituita dalle descrizioni della natura, con gli scenari notturni illuminati dalla luna e dalle stelle; si avverte talora il richiamo a moduli classici, come Saffo e Orazio. Questi moduli sembrano presenti nel Componimento VI, “Regina” (p. 30), nel Componimento XVI “Casa perduta” (p. 50). Di alcune poesie potremmo dire che sunt lacrimae rerum, come nel Componimento XIX, “Stillicidio” (p. 56).
Concludo spiegando il tipo di approccio da me utilizzato. Filippo non è, come può sembrare ad una prima impressione, un poeta naif, ma un raffinato padrone dei mezzi espressivi, che ha saputo esplicitare sentimenti e stati d’animo e descrivere scenari naturali utilizando il bagaglio della cultura classica sedimentato e diventato sangue del suo sangue. Mi ricorda Orazio e il suo odi profanum vulgus et arceo.
Giovanni Antonio Runchina
 
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